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VIDEO. La diga Gibe III in Etiopia è una catastrofe ambientale e sociale finanziata con le tasse degli italiani

Questo articolo di Lifegate.it è dedicato a tutti quegli Italiani che senza essere mai pervasi dal minimo dubbio credono di essere “i buoni”, e ritengono che “i cattivi” siano quelle migliaia di immigrati che  quotidianamente si riversano sulle nostre coste.

Gibe III, i cui lavori di costruzione sono ormai agli sgoccioli, è una delle dighe più grandi dell’Africa. Come Gibe I e Gibe II, le dighe che l’hanno preceduta, interrompe il corso del fiume Omo in Etiopia, che rappresenta il 90 per cento degli affluenti del lago Turkana in Kenya, il lago in una zona desertica più esteso del mondo. 260mila indigeni di 17 tribù vivono nella bassa valle dell’Omo, la parte meridionale del fiume, e attorno al lago Turkana, sopravvivendo grazie a inondazioni stagionali. La diga da più di un milione e mezzo di euro, però, devia le acque che li sostengono per destinarle all’irrigazione di 445mila ettari di monocolture, principalmente canna da zucchero, e l’esportazione di energia idroelettrica.

Gibe III è stata finanziata grazie agli aiuti ricevuti dal governo etiope da parte del Dag (Development assistance group), 26 istituzioni tra cui le agenzie per lo sviluppo dell’Italia, dell’Unione europea, degli Stati Uniti e del Regno Unito (sostenute dalle tasse dei loro cittadini), e la Banca mondiale.

La diga sta causando danni irreversibili a due siti patrimonio dell’umanità dell’Unesco, cinque parchi nazionali e l’ultima foresta pluviale in una zona desertica dell’Africa. Il Comitato per il patrimonio dell’umanità ha raccomandato che il lago Turkana, il cui livello dell’acqua potrebbe calare di ben 22 metri, venga inserito nella lista dei patrimoni dell’umanità in pericolo, che include siti come Palmira in Siria.

Indagini condotte dal Wwf dimostrano che le dighe esistenti nel mondo hanno causato la distruzione di zone umide, il declino delle specie di acqua dolce e lo spostamento forzato di milioni di persone. Secondo International rivers queste persone non godono dei benefici come energia idrica e irrigazione promessi da chi costruisce le dighe. Mentre è troppo tardi per bloccare Gibe III, bisogna fermare le violazioni di diritti umani in corso in queste regioni, trovare soluzioni perché le loro popolazioni indigene possano sostenersi, e pretendere che le nostre tasse non vengano spese dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo per finanziare grandi opere che radono al suolo comunità locali e patrimoni naturali.

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