VIDEO: Cacao e schiavitù, nonostante le promesse delle multinazionali, nel 2015 gli schiavi bambini sono quasi un milione e mezzo

All’origine del cioccolato che si mangia in tutto il mondo c’è la schiavitù dei bambini africani. Hershey, Nestle e Mars sono le tre multinazionali che gestiscono la maggior parte dell’afflusso di cioccolato nel mondo, il 60% del quale proviene dall’Africa occidentale.

Per la prima volta nel 2000, è stato rivelato che la raccolta e la lavorazione della pianta del cacao è affidata ai bambini, spesso non pagati e costretti a vivere in schiavitù. Imprigionati, senza alcuna attenzione alla loro salute e malnutriti, i bambini possono essere venduti per 30 dollari o rapiti, facendo credere che vengano impiegati in un lavoro retribuito.
Le norme e i regolamenti sono così lassisti in quelle zone che non c’è nessun governo che tenta di intervenire e di fermare le atrocità. La schiavitù infantile è la manodopera a basso costo ideale per le aziende che vogliono vendere cioccolato a prezzi bassi.

Questa realtà è stata rivelata nel documentario riportato, “Schiavitù”: Un’indagine globale su un fenomeno che non è terminato con la fine di un certo tipo di colonialismo dei secoli scorsi.

La questione fu portata all’attenzione del Congresso Americano, le immagini raccapriccianti di bambini con schiene devastate, picchiati per mesi, e costretti alla sottomissione per non rischiare la vita, ottennero un’azione immediata da parte del Congresso.

Le aziende alimentari coinvolte protestarono la propria estraneità ai fatti dicendo di non sapere quanto avvenisse in Africa. Dopo la conferma che effettivamente la produzione del cacao fosse oggetto di schiavitù, Eliot Engel elaborò una normativa per fermare questi abusi e imporre l’introduzione sui prodotti dell’etichettatura “schiavo libero”. Il disegno di legge fu subito approvato, ma prima che diventasse effettivo, le multinazionali del cioccolato intervennero, promettendo di disciplinare in autonomia la questione, impegnandosi a eliminare la schiavitù infantile entro il 2005.
Siamo nel 2015 e il numero dei bambini schiavi è aumentato del 51% rispetto a quindici anni fa. Ora si contano quasi un milione e mezzo di bambini che trasportano sulla schiena sacchi di cacao, frustati e picchiati e al lavoro dall’alba al tramonto e spesso senza paga.

Ora è evidente che Hershey, Nestlé e Mars non hanno la possibilità (o la volontà) di gestire il problema e si sono limitati a spostare la data per eliminare tale stato di cose, prima al 2008 poi al 2020. MA contro tali soprusi sono scesi in campo i consumatori, ed ecco che in California è stata presentata una class-action, richiedendo alle società il risarcimento dei danni a coloro che hanno acquistato il prodotto “inconsapevolmente” a sostegno degli schiavi bambini, e per costringere le aziende a nuove etichette che indichino che il prodotto è stato realizzato con il lavoro degli schiavi bambini.

“Le multinazionali alimentari non devono tollerare il lavoro minorile, tanto meno il lavoro degli schiavi bambini”, si legge nella denuncia. “Queste aziende non dovrebbero chiudere un occhio sulle violazioni dei diritti umani noti … soprattutto quando le società costantemente e affermativamente rappresentano che agiscono in modo socialmente ed eticamente responsabile.”

In attesa di soluzioni che tarderanno ad arrivare, noi Europei possiamo continuare a far finta di niente, accanendoci contro gli immigrati che portano disagi e problemi e dimenticando che gran parte del nostro benessere è stato prodotto a danno delle popolazioni che ora vengono a bussare alle nostre frontiere.

 

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