VIDEO: Non c’è un piano B perché non c’è un pianeta B

STRASBURGO – A soli trenta giorni dall’inizio di COP21, durante l’audizione dell’Europarlamento, Laurent Fabius, Presidente di COP21 e ministro degli Esteri e dello Sviluppo Internazionale francese ha tracciato la roadmap degli ultimi eventi prima del vertice delle Nazioni Unite che si terrà dal 30 novembre all’11 dicembre nella capitale francese.

Fabius sostiene la necessità di fare ancora un grosso lavoro di diplomazia, per convincere tutte le parti a sottoscrivere l’accordo e fare progressi sul testo, quindi nei primi giorni di novembre, 80 ministri si riuniranno a Parigi per un Pre-COP. Successivamente, a metà novembre, ci sarà l’appuntamento del G20 in Turchia, subito prima dell’evento, invece, la riunione del Commonwealth a Malta.

TESTO INGOMBRANTE – Si respirano attesa e tensione, è necessario che si arrivi a Parigi con buona parte del lavoro già fatto: bisognerà mettere d’accordo 196 paesi rispetto al testo di 51 pagine proposto dell’UNFCCC, che “completa” la bozza di 20 pagine e 26 punti arrivata alla climate talk tenutasi a Bonn dal 19 al 23 ottobre. Il punto è che l’accordo, nella sua versione attuale, contiene circa mille parentesi che rappresentano altrettante opzioni su cui i partecipanti alla conferenza dovranno accordarsi: ad esempio il punto che riguarda la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra, contiene 16 diverse opzioni.

Laurent Fabius insiste come aveva già fatto Ban Ki-moon, segretario generale dell’ONU e con lui tanti altri leader politici, e non solo, sull’impossibilità di fallire l’obiettivo a Parigi, pur riconoscendo che ci sia ancora tantissimo lavoro da fare. “Il mio compito è quello di raggiungere un compromesso ambizioso, e le due parole devono essere prese insieme”, ha dichiarato Fabius dal suo ufficio al Quai d’Orsay “Deve essere un compromesso accettato da tutti, ma deve essere ambizioso, perché se raggiungessimo un compromesso che non rispetti i nostri obiettivi, non avremo fatto il nostro lavoro.”

IL PUNTO DI VISTA – Nel video che apre l’articolo Fabius presenta la conferenza e cita Ban ki-moon per sottolineare la necessità di raggiungere un accordo a Parigi: “Non abbiamo un piano B perché non esiste un Pianeta B”.

Il ministro pone l’accento sulla responsabilità della nostra generazione, a cui è affidato il compito di salvare la vivibilità sulla Terra: non siamo più o meno cattivi o sfruttatori delle generazioni precedenti, ma siamo gli unici ad avere coscienza del problema e della sua estrema gravità, gli unici ad avere la coscienza e le competenze adatte per fare un’inversione di marcia.

LE CONDIZIONI – Anche Laurent Fabius si schiera con la fazione che vorrebbe ridurre da 2°C ad 1.5°C il limite entro il quale contenere il riscaldamento globale per fine secolo, insieme ai leader Buddisti a Papa Francesco ed ai leader delle piccole nazioni insulari che altrimenti rischiano di essere sommerse. A sostenere il ministro, tra l’altro c’è anche il ministro dell’ambiente peruviano Manuel Pulgar-Vidal, presidente di COP20, in carica tecnicamente fino al 30 novembre; a guidare la conferenza  “è estremamente utile avere un paese da nord e quella del sud” ha dichiarato Fabius, convinto che in questo modo sia possibile dare maggiore voce ai paesi in via di sviluppo.

Al contrario di quanto richiesto dagli USA, il presidente di COP21 ritiene che l’accordo debba essere giuridicamente vincolante per garantire il raggiungimento dei giusti obiettivi a breve termine, che debba quindi esistere la clausola di revisione che consente di “correggere il tiro” ogni 5 anni e rivedere gli impegni. Inoltre il vincolo giuridico dell’accordo consentirebbe ai paesi più poveri di ricevere aiuti economici da parte dei paesi più ricchi, attraverso un fondo istituito ad hoc che prevede, a partire dal 2020, 100 miliardi di dollari l’anno da investire in sviluppo e tecnologia nei paesi in via di sviluppo.

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