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Il lato oscuro del tonno in scatola in Italia si chiama Mareblu

Purtroppo nessuna buona notizia per il mare. Vi abbiamo più volte parlato della catastrofe della pesca intensiva, che affligge i nostri mari, distrugge la biodiversità, i pesci e i lavoratori, operata per lo più da grosse multinazionali.

Greenpeace ha intrapreso ha intrapreso una battaglia globale, dal Regno Unito, agli USA, alla Tailandia, contro le stragi di pesci e animali marini, contro i metodi insostenibili della pesca intensiva.

 La protesta infuria anche nel nostro paese: al centro dello scandalo c’è Mareblu, uno dei marchi di tonno in scatola più conosciuti in Italia, di proprietà di Thai Union Group, compagnia tristemente nota per via delle sue politiche di pesca insostenibili e il suo coinvolgimento in clamorosi casi di violazione dei diritti umani.

A Milano, sotto la sede di Mareblu, gli attivisti di Greenpeace travestiti da squali protestano al grido di “Svuoti il mare per una scatoletta di tonno” e “Tieni giù le mani dalla mia casa” per chiedere che la pesca dei tonni si fatta in maniera sostenibile, nel rispetto dei mari, dei pesci e dei lavoratori.

Perché dobbiamo firmare contro MareBlu?

Attenzione qui non si tratta di accanimento contro la Thai Union Group, la verità è che Mareblu è ferma da tempo ed ha disatteso le proprie promesse. Nel 2012, come si legge nel comunicato diffuso da Greenpeace Italia, “aveva promesso di fermare questo massacro e di diventare 100% sostenibile entro il 2016”. Ad un anno dalla scadenza, la realtà è un’altra: Mareblu non ha soddisfatto le nostre aspettative, nel 2015 solo lo 0,2% del tonno o con metodi sostenibili, tutto il resto viene catturato con enormi “reti a circuizione accoppiate a sistemi di aggregazione per pesci (Fad)”, un sistema che svuota il mare e fa strage di squali e tartarughe.

Unisciti a noi e chiedi a Mareblu di onorare i propri impegni.

Firma qui per fermare la pesca distruttiva.

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